Mi fa davvero piacere quando un’azienda si inserisce nella conversazione.
Sono molto vicino a Nicola Zago di Lago, in questo senso.
Ed ho parlato a tutti, qui in ufficio, di questa iniziativa di EA Sport relativamente al “Jesus Shot” (vi rimando al video su YouTube ed alla spiegazione su NinjaMarketing).
Però c’è modo e modo.
Cioè, non è che basta un numero per decretare il successo o meno di un’iniziativa, soprattutto nel Social Media Marketing, dove sono altre le KPI di riferimento: molto più qualitative che quantitative (e per questo difficili da misurare).
Mi spiego meglio e scusatemi la confusione, ma è un nodo che mi porto dietro da diverso tempo.
La prendo larga: le case history.
Le case history sono sempre stato qualcosa di molto particolare; la funzione principale è quella di fare da vetrina, “per farsi belli” con i prospect, e va bene così, ci mancherebbe.
Però nella case history c’è una sorta di licenza poetica che ci permette di definire il successo della stessa chiamando in causa qualsiasi tipo di numero, aspetto, fenomeno. Qualsiasi.
Piccola parentesi: ho sempre adorato le case di insuccesso. Sono quelle dalle quali ho sempre raccolto di più. Chiusa parentesi.
Ecco che allora succede di leggere in giro, su varie riviste di settore, interviste e case history relativamente ad iniziative, naturalmente di successo, legate al Social Media Marketing.
Leggo, approfondisco e scopro che per taggare la suddetta case come “di successo” sono bastati un paio di dati:
- il numero di contatti da Twitter;
- il numero di contatti da Flickr.
(per contatto intendo il classico “Tizio wants to add you” di Facebook).
Allora scendo ancora più nel dettaglio, vado a vedermi gli account e scopro che:
- hai 1.000 follower ma pure 10.000 following;
- hai 10.000 amici su Flick.
E tutto in meno di 15 giorni.
Ecco a voi lo spam sui Social Network: i contatti.
Spesso con un rapporto di 1:10 si spammano i Social Network per fare richieste di amicizia/contatto a chiunque bazzichi il network del caso.
E la cosa bella è che tale metrica viene considerata come di successo.
E la cosa ancora più bella è che il tutto diventa una case.
Ed è meraviglioso quando questa finisce sulle pagine di una rivista di settore.
Quando succedono queste cose mi viene su un misto di tristezza ed incazzatura (quasi come quando Report su Rai3).
Fare Social Media Marketing è difficile.
Riuscire a condividere un modo di vedere le cose affinchè un’azienda si inserisca nella conversazione con il suo mercato lo è ancora di più.
Misurare il ritorno di tutto ciò, per ora, un miraggio lontano, attraente, ma lontano.
E nel mentre di tutta questa fatica arriva l’agenzia di turno che deve preparare una case history per una rivista pubblicando due numeri che vogliono dire altro, passandoli per KPI di successo nel Social Media e costruiti, tra l’altro, artificialmente senza lasciare nessuna traccia di engagement.
Domanda: ma ora che sono passati 6 mesi e 15 giorni dalla pubblicazione della rivista, il numero dei follower è sempre fermo a 1.000?
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