[Questo post è stato scritto da Gianmaria Silvello]
“Sono afflitto dai dubbi. E se tutto fosse un’illusione, se nulla esistesse? Ma allora avrei pagato uno sproposito per quella moquette!” (Woody Allen)
Ho cominciato il mio post di qualche settimana fa con la battuta che tradotta dall’inglese sarebbe: “Qual è lo spelling di Internet?” “G-O-O-G-L-E”. Forse come battuta non è il massimo del divertimento (ma si sa, gli informatici si divertono in modi particolari), ma ha il pregio di far riflettere sull’attuale percezione del web. Per noi il web (o almeno per la maggior parte degli utenti della rete) è quello che viene percepito, è quello che noi conosciamo e riconosciamo far parte del web. Possiamo astrarre il concetto dicendo che web è ciò che noi sappiamo esistere (perchè l’abbiamo inserito noi nel web ad esempio) e ciò che viene trovato dai motori di ricerca. Facendo un altro passo verso la generalizzazione, possiamo assumere che ciò che un utente base non trova attraverso un motore di ricerca, non esiste nel web. Questa tesi divertirà i più, visto che può essere portata all’estrema conclusione per cui se non esistessero i motori di ricerca allora non esisterebbe nemmeno internet (potremmo chiamarlo “Google Paradox“). Ma invece sembra che molti arrivino a conclusioni simili. E’ di poche settimana fa la notizia che il commissario europeo per la sicurezza Frattini, ha proposto di bloccare la ricerca on-line di keyword pericolose come “genocidio”, “bomba” o simili. La proposta per ora è stata bocciata ma ci dice qualcosa di più sul pensiero di chi l’ha proposta (lasciando perdere le implicazioni riguardanti la democrazia e la politica di cui non ci vogliamo occupare). Bloccando alcune keyword pericolose, si vorrebbe bloccare l’accesso a siti pericolosi. Quindi secondo Frattini (sfortunato oggetto del nostro esempio), se un sito non è reperibile attraverso Google (la proposta era indirizzata verso il motore di Mountain View) questo cessa di esistere e quindi di essere pericoloso. Uno studio australiano ci dice che molti utenti scrivono l’URL corretto di un sito su Google per raggiungerlo anzichè utilizzare la barra degli indirizzi. Dave Hawking come provocazione si chiese (ESSIR 2007):”A quando un browser senza barra degli indirizzi?“. Nel mio primo post affermai che l’Information Retrieval è una materia interdisciplinare, voglio darmi ragione portando il livello della discussione sulla filosofia moderna. Immanuel Kant affermava che la mente, in sostanza, opera sulla realtà in sé una serie di interpretazioni secondo le proprie caratteristiche, una serie di interpretazioni che si pongono nel momento stesso in cui ci si accinge a pensare. Tali interpretazioni impediscono di fatto di attingere alla reale conoscenza della realtà. Il classico esempio che viene portato è quello degli occhiali. La mente umana è come un paio di occhiali colorati che attraverso le loro lenti filtra la realtà e la trasforma tutta in un colore diverso che solo noi che indossiamo gli occhiali riconosciamo. La realtà è quindi quello che noi percepiamo? Non esattamente visto che la mente umana deforma e legge la realtà attraverso le sue specifiche caratteristiche, date appunto dalla lente che usiamo.
Ogni motore di ricerca potrebbe essere un paio di occhiali diverso per vedere il web e così “Google” sarebbe veramente il giusto spelling della parola “Internet”.
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